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Istituto Comprensivo
"Giosuè Carducci" |
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"Il 900:il secolo di Lignano" BREVE STORIA DI LIGNANO
Lignano è stata definita “città inventata”; in questa penisola, infatti, lunga 8 km, a metà strada tra Venezia e Trieste, lo sviluppo turistico ha avuto inizio ai primi del Novecento. Le tracce e le testimonianze degli insediamenti passati sono davvero poche. Il nome “Lignano”, tuttavia, grazie al suffisso prediale –anus, ci testimonia senz’altro l’esistenza di un primo nucleo di vita sulla penisola già in epoca romana. Un nome di origine romana, dunque: un documento del VI secolo attesta l’esistenza di “un lido che si chiama Lugnanun”, cioè era o era stato proprietà, podere di una persona chiamata Lunius. Di nomi come Lignano, derivati dal primo proprietario, ce ne sono parecchi qui intorno: Titiano, Latisana, Muzzana…Nell’antichità qui c’erano insediamenti non solo di pescatori, ma anche di agricoltori e di pastori. Un po’ aravano, un po’ pescavano, un po’ pascolavano, e consumavano sul posto oppure vendevano i prodotti su quel grande mercato che era Aquileia. Perciò si trattava di un luogo interessato sostanzialmente ai prodotti che il mare e la laguna potevano offrire all’entroterra con la conservazione del pesce, la produzione del garum (una pasta di salsa di pesce) e soprattutto del sale, fin dall’antichità risorsa economica di straordinaria importanza. Piccolo scalo a mare, dunque, legato alla laguna retrostante e all’entroterra della pianura attraverso i collegamenti garantiti dai numerosi corsi fluviali sfocianti sulla laguna. La tradizione popolare fa derivare Lignano da “lupignanum” (luogo infestato dai lupi), che associato al toponimo “Pineda” (bosco di pini) ci testimonia la qualità e l’asprezza del territorio. Durante un’intervista registrata in classe, la bibliotecaria Ivana Battaglia, autrice del capitolo “Microstoria dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Sessanta” pubblicato nel libro “Raccontare Lignano” ci ha spiegato con parole suggestive come poteva essere il territorio di Lignano nell’antichità, così come lo ha immaginato mentre realizzava la sua ricerca storica sul nostro paese. Ora vi proponiamo una parte dell’intervista. «Io, da queste mappe, vedevo Lignano (ogni tanto la vedevo, ogni tanto la sognavo) come una penisola bellissima e selvaggia, circondata, ma quasi accarezzata da mare, fiume e laguna; difesa nella sua solitudine da un’ampia palude e un fitto bosco, che dopo esser stato di querce, divenne la “Silva lupanica”, come lo chiamavano all’epoca dei romani, che partiva da Trieste e cingeva, come una fascia, una cintura verde, tutta la costa fino a Ravenna. Oggi c’è solo qualche brandello qua e là nella bassa pianura friulana di questa selva: il bosco Bando di Muzzana e altri piccoli boschi che sono soltanto una piccolissima traccia di quella che doveva essere questa grandissima antica foresta in cui vivevano quei lupi di cui abbiamo parlato prima. Mi piace pensare che quei lupi fossero stati i primi abitanti di Lignano, assieme poi ai pescatori, ai zatterai, ai contadini con la malaria in faccia, e anche agli allevatori di cavalli. Infatti, forse voi non sapete, ma ci sono anche alcuni documenti storici che dicono che i Vendramin, che ad un certo punto sono diventati i signori di Lignano, hanno portato qui una razza splendida di cavalli che vivevano allo stato brado nella penisola di Lignano. C’è uno straordinario scrittore di oggi, Elio Bartolini, che ha vissuto in termini molto intensi la suggestione di questo luogo ed ha scritto “Storie di Laguna”, un racconto molto bello, e si immagina così, con una scrittura un po’ alta, un po’ difficile ma molto bella e smagliante, i cavalli: ”Verso il lido che si accompagna alla foce maggiore del Tagliamento, i cavalli si abbeverano in acque limpide fino alla frigidità prima di tornare ad imboscarsi e dal piacere scuotono le criniere e si flagellano i fianchi con le code…» (durata della registrazione: 2’ e 30”) Abbiamo detto che svolgendo delle ricerche storiche sulla nostra cittadina ci si può solo immaginare come era un tempo la nostra zona, perché se guardato con gli strumenti tradizionali della storiografia, sembra che un silenzio senza storia avvolga la penisola lignanese nella lunghissima distesa del tempo fino all’alba del ‘900, e quindi all’avvento del turismo. La storia di Lignano era scritta soprattutto nei contorni del suo territorio, è la stessa penisola e i cambiamenti che nei secoli essa ha registrato, nel corpo vivo della sua pineta, delle sue spiagge, della sua realtà. La prima traccia sono le carte antiche che registravano la penisola di Lignano solo come presenza fisica territoriale: spazio geografico tra la fortezza di Marano e il resto della laguna. Ascoltiamo ancora le parole di Ivana Battaglia. «C’è una mappa del 1802 disegnata da Giuseppe Cavaboli, realizzata con una tecnica minuziosa in cui i disegni sembrano “naïf, che rappresenta i lineamenti della penisola lignanese: sono 8 o 9 cordoni dunosi modellati dai venti; il reticolo intricato e mosso delle azzurre vele dei canali; la lingua sabbiosa della spiaggia, frutto della tessitura antica del mare e del Tagliamento; e poi una zona che si chiama “Pineda”, ora via Mezzasacca. Ci sono i segni della presenza umana, campi squadrati e alcune piccole case collocate in uno spazio delimitato e circoscritto. Se noi guardiamo la cartografia dei secoli passati, dal ‘600 fino agli inizi del ‘900 e anche tutta una serie di resoconti storici che abbiamo fra le mani, risulta che la penisola lignanese era costituita, procedendo dal mare verso l’entroterra, da un arenile di ampiezza variabile, da una serie di cordoni di dune, dette “motte” o “motteroni”, ricoperte da una estesa e folta pineta, che ha dato il nome a tutta la località fino agli inizi del ‘900, quando poi la valorizzazione turistica del territorio ha portato a galla l’altro nome della penisola, che era “Porto Lignano”, da cui poi è arrivata “Lignano Bagni” e quindi “Lignano”. Sempre in questo disegno possiamo riconoscere alcune zone depresse, basse: si chiamano “Lame” tra le dune e poi acquitrini, paludi e barene, con numerosi canali dalle tortuose ramificazioni. Sulla mappa questi canali vengono denominati come aree. L’originaria situazione ambientale rappresentava quindi diverse caratteristiche: solo un’area piccola, molto ristretta, era soggetta all’azione e alla vita dell’uomo. Inoltre verso la laguna si possono riscontrare già la presenza di alcune valli da pesca, però con sistemazioni molto precarie, sia dal punto di vista produttivo che da quello igienico-sanitario. Poi c’erano alcuni pascoli a margine, nelle zone dove la pineta era meno fitta. A causa dell’assenza di strade agibili, nel corso delle varie stagioni, la possibilità di accesso alla penisola erano alquanto problematiche. C’erano soltanto cordoni comunicativi, piccoli percorsi sulle sponde del Tagliamento o la via lagunare per mezzo di barconi. Ho trovato un articolo che descriveva così: “la strada che da Latisana portava a Lignano era a fondo battuto fino a Bevazzana, talvolta cosparsa da quella preziosa ghiaia portata da remaioli di San Giorgio al Tagliamento sui loro capaci barconi. Dopo Bevazzana diventava un sentiero coperto da stramaglie, canne di grano turco, sterpaglie e rami di pino”. Questa era la situazione: sulla mappa si coglie la presenza di alcune case, 4 o 5 in zona Pineda in via Mezzasacca, una chiesetta, due casoni di pescatori, tutto avvolto in un silenzio senza storia fino all’inizio del ‘900, quando è iniziata, appunto, la stagione dei bagni.» (durata della registrazione 3’ e 40”) Se consideriamo Lignano come scenario, come palcoscenico, possiamo accennare ad alcuni avvenimenti storici svolti qui vicino durante il Medio evo: il primo è il Sinodo (una sorta di assemblea) indetto dal Patriarca di Aquileia nel 590 d.C. a Marano nel 590 d.C., dove si sono riuniti 17 importanti vescovi (alcuni dei quali probabilmente sono arrivati da Lignano via mare) per parlare di argomenti connessi con l’importante “Scisma dei Tre Capitoli”. La citazione di Lignano nei documenti dei secoli successivi sarà sempre legata a Marano, perché controllando il Porto di Lignano, la cittadina lagunare. poteva bloccare in parte l’accesso alla laguna. Nel 1420, con la caduta del Patriarcato di Aquileia, Lignano passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia, che la diede in feudo a diverse famiglie nobiliari, fra le quali si distinse la famiglia dei Vendramin. Un documento di una “microstoria”, ma emblematico per Lignano, ci dice che nel 1489, quando a Pineda ci sono “foci 3”, cioè tre fuochi, tre focolari perciò tre case con probabilmente una trentina di persone, la signora di Latisana, ma anche di Lignano, Chiara Capello fa una piccola sentenza in cui cita un’osteria di Pineda: pensate, tre case e una di queste era un’osteria (che aveva anche una funzione di “albergo”): questo per testimoniare che la vocazione di ospitalità di Lignano è antichissima. Nelle mappe della Serenissima, tra il ‘500 e il ‘600, Lignano viene descritta come un territorio ricoperto da una fitta boscaglia di pini neri, lecci, pungitopo, con poche case, una chiesetta sul versante lagunare e alcuni “casoni” rifugio di pescatori sulla punta estrema della penisola. In questo luogo ancora incontaminato viveva una piccola comunità di contadini, zatterai, cacciatori di macchia e palude ed allevatori di una particolare razza di cavalli, che vivevano allo stato brado nella pineta vicino alla foce del Tagliamento. [Antonio Amadeo] inizio pagina In classe abbiamo intervistato il prof. Antonio Amadeo che a lungo ha studiato l’ambiente naturale di Lignano e gli abbiamo chiesto di descrivercelo: «Si possono considerare varie fasce di vegetazione parallele alla linea di costa: abbiamo una fascia di spiaggia non colonizzata da piante, una spiaggia diciamo “nuda”, poi abbiamo una fascia di piante pioniere e di piantine che colonizzano annualmente la sabbia. Poi abbiamo le prime dune sulle quali si insediano una vegetazione di ciuffi d’erba “amofila” sarebbe il termine tecnico botanico, che consolida le dune: trattiene la sabbia portata dal vento e quindi consolida e aiuta ad edificare le dune. Le dune pian pianino crescono, anche le piane crescono e quindi arriviamo a dune di alcuni metri d’altezza. Andando più lontano dal mare troviamo un’altra fascia di dune più alte, più antiche, che sono coperte da cespugli ed eventualmente dai primi alberelli e alberi, tra i quali per esempio abbiamo i lecci o i pini neri. Noi oggi troviamo molti pini a Lignano, una volta c’erano soltanto i pini neri. E’ interessante che il nome antico di Lignano era “Pineda”: “Pineda sinistra” in quanto alla sinistra del fiume Tagliamento, Bibione invece era “Pineda destra” e si possono osservare nelle vecchie cartine dei cordoni di dune ricoperte dalla boscaglia e dal bosco, soprattutto costituiti da pini neri, lecci, ornelli e altre specie. Dietro a questa serie di dune c’erano anche delle zone umide, dei canali, delle depressioni umide chiamate “lame”, per cui si possono notare nelle vecchie carte dei cordoni di dune e dietro le dune queste lame. Le dune venivano chiamate anche in Veneto “motte”, le più alte anche “motteroni”, le “lame” sono queste depressioni umide con pinte idrofile, cioè amanti dell’umidità, come per esempio i salici, gli ontani, alcune piante erbacee come delle “cannucce” , il falasco, dei giunchetti che troviamo nella zona delle risorgive, ad esempio a Codroipo troviamo le stesse specie. Inoltre è interessante che sulle dune troviamo anche delle specie di origine montana. Quindi essenzialmente una serie di ambienti molto vari: la spiaggia, le dune aride, le dune ricoperte dal bosco, gli ambienti umidi, i canali, poi nel versante lagunare le barene, le velme. Quindi un ambiente che possiamo verificare oggi nell’isola di Sant’Andrea ad esempio.» (durata della registrazione 3’) Abbiamo detto che dal 1420 Lignano dipendeva dalla Repubblica di Venezia fino al 1750, in questi secoli alla foce del Tagliamento arrivavano dalla Carnia, condotti dagli zatterai dei tronchi d’albero che, caricati sui trabaccoli veneziani, venivano trasportati fino all’arsenale della Serenissima. Presumibilmente nella seconda metà del 1500 la famiglia Vendramin, signora di Latisana e discendente di dogi, legò significativamente il suo nome a Lignano facendovi costruire la chiesetta di San Zaccaria, ancor oggi collocata nel cuore di quello che fu il minuscolo antico borgo contadino di Pineda. La chiesetta, che segnava anche materialmente il possesso dei Vendramin su Lignano, sorse non tanto in funzione della popolazione stabile, quasi inconsistente, quanto di quella fluttuante di pescatori e battellieri. La chiesetta di Santa Maria di Bevazzana, che oggi si trova nella pineta della Colonia, è il monumento più antico conservato a Lignano, ma è stato collocato lì solo recentemente, perché fino al 1965 si trovava sulle rive del Tagliamento, appunto a Bevazzana. Anche questa chiesa era legata alla famiglia dei Vendramin. [Stefania Miotto] inizio pagina Abbiamo intervistato la professoressa Stefania Miotto che ha condotto lo studio più recente sulla chiesetta e sugli affreschi quattrocenteschi in essa conservati, studio pubblicato nel libro “La chiesa venuta dal fiume”. Nel luogo in cui essa si trovava a Bevazzana c’era però precedentemente un oratorio paleocristiano che è stato rinvenuto durante gli scavi. Ora ascolteremo una sintesi dell’intervista e vedremo le immagini relative all’edificio sacro quando ancora era sulle rive del Tagliamento, durante il trasporto e dopo la traslazione nella pineta di Lignano. «Per avere le prime informazioni sulla chiesetta dobbiamo affidarci alla ricerca archeologica. All’epoca del trasferimento della chiesetta a Lignano , durante i lavori di smontaggio, sono stati ritrovati i resti di un oratorio paleocristiano, altomedievale: questo è il primo segno di una presenza nel luogo di un sito di culto di una prima chiesa risalente al IV-V secolo d.C. Da allora, i documenti successivi che ci parlano di un luogo di culto di una chiesa dedicata a Santa Maria, risalgono alla fine del ‘400, intorno al 1490. lì si erano insediati gli eremitani agostiniani, provenienti da S. Antonio di La tisana. Quindi una chiesa medievale con una comunità monastica e poi, ristrutturata nel ‘400, in questa chiesa si insediano gli agostiniani chiamati dai Vendramin. La chiesa, infatti, aveva i caratteri tipici di tante chiesette votive del ‘400: facciata a capanna, sormontata dal campaniletto a vela, l’aula rettangolare con l’abside quadrata più piccola voltata a crociera, capriate in legno, il pavimento in cotto. Sappiamo che la chiesetta è stata considerata un unicum nella storia dell’arte della nostra regione, c’è un’attribuzione sicura degli affreschi e che cosa rappresentano? Fortunatamente, questo ciclo di affreschi salvato dalle acque del Tagliamento intorno agli anni ’60 del secolo scorso, è uno di quegli episodi di pittura quattrocentesca del Friuli di cui non abbiamo né una forma, né una datazione certa, né un documento che comprovi una notizia sul pittore che lo ha realizzato. Per quanto riguarda le scene raffigurate, si tratta di quattro vele affrescate, più la lunetta di fondo e la parete destra dell’abside, mentre nella parete sinistra sono stati completamente perduti. Le scene raffigurano il “Cristo benedicente” nella mandorla, l’”incoronazione della Vergine” e l’”Imperatore Augusto che chiede alla Sibilla Tiburtina” chi sarà il suo discendente e appare in un cerchio di luce la Vergine con il Bambino, quindi il suo successore sarà Gesù, a prefigurare la caduta della religione pagana e il diffondersi del cristianesimo. E una quarta vela con la Madonna ed Eva, che coglie dall’albero del male il frutto del peccato, la Vergine che offre il suo frutto per la salvezza e tiene in braccio il Bambino. Offre il suo frutto ad un gruppo di fedeli inginocchiati, tra i quali si intravede il pontefice. Nella lunetta di fondo vi è invece la scena della “deposizione di Cristo” e sulla parete di destra tre figure: il giudice guerriero Gedeone, una figura biblica, Davide e una terza figura femminile, probabilmente ancora una sibilla. Quali sono i problemi nei quali mi sono imbattuta nello studio di questi affreschi? Innanzitutto il problema della datazione, per la risoluzione del quale sono stata aiutata dalla presenza nella scena della “deposizione di Cristo” nella lunetta di fondo, dalla presenza di uno stemma, quello dei Vendramin. Sappiamo che la famiglia veneziana dei Vendramin acquisì la giurisdizione della terra di Latisana nel 1457, quindi questo è un termine post quem per la datazione degli affreschi. Mentre il primo graffito che compare sugli affreschi, di un visitatore antico della chiesetta, uno dei tanti graffiti e iscrizioni che si trovano negli affreschi è datato 1481. ora, la datazione che io ho proposto è della metà degli anni ’60 del ‘400. datazione che non è contraddetta dall’esame stilistico del ciclo di affreschi.» (durata della registrazione 4’ e 50”) Attorno al 1700, a vigilare il varco d’accesso alla laguna di Marano, sulla punta della penisola venne costruito un “fortino”. Un secondo fortino venne poi costruito in epoca napoleonica, nel 1812, durante il blocco continentale, nel punto dove oggi sorge la caserma della Guardia di Finanza. Le fonti storiche documentano che nel 1834 nella insalubre penisola di Lignano, infestata dalle zanzare e difficilmente accessibile, vivevano 78 persone, compresi i militari e il controllore sanitario. Una piccola comunità sperduta in un ambiente ancora selvaggio ed isolata da retroterra da una larga fascia paludosa, con mare e laguna quali uniche vie di comunicazione. La strada carrabile si fermava a Bevazzana e poi si restringeva in un impervio sentiero. Alla fine dell’800 infatti, pur appartenendo al comune di Latisana, la popolazione gravitava preferibilmente sul centro di Marano, che provvedeva al servizio postale e a quello sanitario, tanto che la località veniva spesso indicata come “Lignano di Marano”. Questo toponimo l’abbiamo trovato anche nel vocabolario friulano-italiano di Jacopo Pirona che indica appunto “Lignan di Maran”. Sarà Tommaso Tommasini, il primo sindaco di Latisana dopo l’unità dell’Italia, nel 1866 a pensare alla valorizzazione del litorale sabbioso: nel suo discorso inaugurale programmò di “promuovere la costruzione della strada ferrata che da Porto Lignano metta a Codroipo” congiungendosi con la linea Venezia-Udine. Ma poi tutto tacque. A riprendere il discorso fu, intorno al 1878, il maranese Rinaldo Olivotto, sindaco e farmacista che propose un progetto per la realizzazione di uno stabilimento balneare a Lignano vedendo la località unita a Marano, immaginava anche lui una linea ferroviaria che congiungesse Marano a Udine, scrivendo l’opuscolo “Per la ferrata: da Nord per Udine al mare” e proponeva poi uno sviluppo per il porto commerciale di Lignano-Marano Su questo personaggio maranese vi proponiamo quanto ci ha raccontato Ivana Battaglia. «Il primo volto nel quale mi sono imbattuta, un volto che poi ho immaginato, ho riscoperto in un busto davanti al municipio di Marano Lagunare, un volto che speriamo di far parlare ancora attraverso una ricerca storica. Questa persona si chiamava Rinaldo Olivotto, era farmacista ed era sindaco di Marano Lagunare. Siamo intorno al 1880. abbiamo già parlato del fortissimo rapporto che c’è tra Lignano e Marano, Lignano è la porta d’accesso alla laguna e quindi alla fortezza di Marano e quindi c’è anche un rapporto di consuetudine. I pescatori di Marano molte volte venivano a trovare scampo durante le tempeste o anche solo per riposo nelle pause della pesca, nelle insenature naturali della penisola di Lignano. Rinaldo Olivotto capisce che la pesca, che è il fattore economico su cui si basava Marano, stava andando fortemente in crisi, il pesce si vendeva poco ed era un elemento molto deteriorabile e pensa di utilizzare la spiaggia di Lignano per farvi nascere il turismo e poter così in qualche modo far uscire dalla crisi economica spaventosa il proprio paese cioè Marano. Essendo farmacista ha capito tutti i vantaggi terapeutici del sole, della spiaggia, dello iodio, fa una grande battaglia per cercare di trovare finanziatori per quest’impresa di tipo economico. Quindi fa una campagna, mette in circolazione delle azioni, chiede aiuto ai suoi colleghi farmacisti, chiede aiuto ai medici, chiede aiuto attraverso la stampa a tutti coloro che erano progressisti, cioè che capivano il valore di questa mutazione. Tutti gli dicono di sì, poi in realtà nessuno lo segue. C’è un articolo molto importante in cui lui parla di voler portare la ferrovia che allora si stava costruendo fino a Marano: da San Giorgio a Marano per poter portare fin lì i bagnanti e poi caricarli sui vaporetti e portarli in questa spiaggia che lui sognava sarebbe stata un centro di vacanze. Resta solo, anche disperato immagino, la gente di Marano non lo segue; peraltro lui fa anche un’operazione molto coraggiosa ma molto contestata e contestabile: essendo farmacista lui pensa che la causa delle numerose epidemie, della cattiva qualità della vita a Marano fossero le mura. Marano era una fortezza e le mura non permettevano il giusto ricambio d’aria. Allora fa buttare giù le mura veneziane splendide della fortezza di Marano. Queste mura, se oggi voi vedete la fabbrica della “Maruzzella” essa insiste proprio su uno sperone delle antiche mura di Marano. E’ chiaro che buttando giù le mura, Olivotto deve aver buttato giù anche gli orizzonti dei maranese perché era il loro mondo e improvvisamente sparisce. E allora, circondato dalla solitudine e dall’incomprensione, una mattina sparisce da Marano e non si fa più vedere. Ancora oggi noi non sappiamo dove sia andato a finire Rinaldo Olivotto, dove abbia concluso la sua vita, che cosa abbia pensato, se ha vissuto sufficientemente a lungo per vedere realizzato da altri quello che era stato il sogno della sua vita.» (durata della registrazione 2’ e 10’’) Ma come mai solo alla fine dell’800 si comincia a parlare dello stabilimento balneare? Perché Lignano potesse svilupparsi come stazione balneare, c’è stato bisogno, a livello storico più ampio, di un recupero del rapporto tra l’uomo e l’acqua che a un certo punto si era interrotto. Nel mondo romano le terme erano una componente fondamentale della città. Ma durante il Medioevo il rapporto con l’acqua viene interrotto: “Mille anni senza un bagno”, come dice lo storico francese Jules Michelet. Nei castelli e nei palazzi non c’erano bagni, non si lavavano mai; addirittura questo sporco serviva a non sentire il freddo, poi si coprivano di profumi e di aromi, per nascondere quelli che erano gli odori del corpo che questa perdita dell’uso dell’acqua aveva provocato. L’acqua faceva paura per una serie di pregiudizi: si diceva “il ferro nell’acqua arrugginisce, quindi l’acqua è cattiva”. Si diceva “l’acqua entra nei pori della pelle, perché i pori sono dei forellini, perciò guai che l’acqua entri nei pori della pelle, quindi l’acqua fa male”. “L’acqua provoca lo scorbuto” che era una malattia, naturalmente non provocata dall’acqua, tipica degli uomini di mare, ma per mancanza di vitamina. Quindi l’acqua faceva male. Invece la civiltà balneare vive sull’acqua, gioca, scopre il corpo, e allora succede che per arrivare a questo bisogna perdere la paura dell’acqua. Verso la metà del 1700 c’è un cambio epocale molto importante: c’è l’Illuminismo. E poi la Rivoluzione industriale. E sarà proprio in Inghilterra che, in assenza di natura in quanto le fabbriche, le ciminiere, il carbone la cancellano, si comincia ad avere bisogno di recuperare un rapporto con l’acqua e con la natura e il modello attraverso il quale si conforma la nuova civiltà balneare è il modello delle città termali. Il modello in assoluto di città balneare diventa la cittadina inglese Bath, ma la civiltà balneare ha addirittura una data di nascita: 1789 Re Giorgio d’Inghilterra, fa un grande gesto eroico, al suono della banda reale che esegue “Dio salvi il Re” scende con un ridicolo e orribile costume a righe bianche e nere e fa in assoluto il primo bagno di mare della storia. Il bagno di mare non lo fa direttamente, come si fa oggi, andando in acqua, ma va in acqua nascosto in una sorta di macchina, la chiamavano “machine”: una macchina da bagno che nascondeva i bagnanti agli occhi della gente, per cui l’acqua saliva solo da sotto e, all’interno di questo gabbiotto, il re Giorgio III ha fatto il primo bagno di mare. Verso il 1850 questa pratica, ormai diffusa, comincia a fare capolino anche sulle spiagge italiane, ma con parsimonia: per stare bene non si dovevano superare 25-30 bagni per stagione, prima di entrare in acqua meglio massaggiarsi lo stomaco con olio d’oliva, bere un bicchierino di rosolio e fare una lunga passeggiata all’ombra dopo il bagno. Anche l’abbronzatura viene scoperta tarda, viene dopo la prima guerra mondiale, dopo il contatto con le civiltà anche del sud, perché il pallore era il segno caratteristico dell’aristocrazia mentre i contadini erano abbronzati. Per cui si andava in spiaggia vestite di tutto punto, con l’ombrellino rivestito all’interno di una stoffa marrone affinché i raggi del sole non potessero passare e quindi non abbronzassero. Per questo ci si immergeva vestiti da bagno, la passeggiata era il momento clou della vita balneare che aveva come fondale il mare e come approdo la piattaforma, lo stabilimento balneare e la terrazza a mare.
2. Dopo il 1903 E vennero dalla laguna, dopo essere partiti da Marano, i “fondatori” di Lignano come realtà turistica. Il mattino dell’11 aprile 1903, su sei barche imbandierate a festa arrivarono a Lignano amministratori pubblici e medici della Bassa friulana, accompagnati da alcuni giornalisti. Tre signore della comitiva piantarono sulla spiaggia tre rametti di ginepro raccolti fra le dune, mentre sulla sabbia veniva tracciata simbolicamente la pianta del primo stabilimento balneare. E fu proprio nel 1903 che, sotto la direzione dell’ingegnere veneziano Vendrasco, venne iniziata la costruzione della prima terrazza a mare di Lignano. Vennero poi le prime strade, quasi sentieri; i vaporetti dai porti di Marano e Precenicco e nel 1905 sorse il primo albergo, il Marin, vicino alla prima Terrazza a mare. Abbiamo ospitato in classe il signor Marco Marin, discendente del maranese Angelo Marin, il primo albergatore, che ci ha raccontato la geniale idea di suo nonno che si è trovato anche a combattere le ostilità di tutti perché nessuno credeva che un albergo a Lignano in quegli anni avesse un futuro. Ci ha parlato anche delle differenze che c’erano nel lavoro stagionale degli inizi del secolo rispetto a quelle di oggi. «La costruzione dell’”Albergo Marin” che venne iniziato nel 1903 veniva fatta portando dei materiali da Marano per via mare con le barche; il materiale veniva scaricato dove oggi c’è lo “Sbarco dei pirati” in fondo alla vecchia Darsena a Lignano Sabbiadoro e con dei “tram a cavalli” veniva portata la roba per la costruzione dell’albergo. L’albergo all’inizio era fatto su due piani, neanche una quarantina di camere, i bagni erano uno per piano e servivano circa una decina o quindicina di camere. Naturalmente all’epoca era un albergo di gran lusso perché i tempi non erano quelli attuali, ma ben diversi, quindi il problema si poneva anche per cercare una clientela che naturalmente non era così vasta come è adesso la fascia delle persone che potevano permettersi di andare in ferie, ma era limitata solamente a una determinata categoria di persone, all’epoca naturalmente i nobili (conti, baroni), questa fascia di persone. La clientela, oltre a quella italiana della zona, era ungherese, austriaca e tedesca. Questi clienti quindi affrontavano dei viaggi perigliosi e anche lunghi, perché per raggiungere Lignano penso che ci volessero più di un paio di giorni, però quando arrivavano nell’albergo la loro permanenza era di oltre un mese. Non era come adesso che ci ritroviamo con due o tre giorni di ferie, ma erano ferie molto lunghe. Come organizzazione ovviamente quella volta nell’albergo, in proporzione ad adesso, c’erano molti più dipendenti. . La provenienza del personale era della zona di Marano o limitrofe, salvo qualche caposervizio che veniva anche da fuori, dalla Toscana, parecchi dal Veneto, dall’alto Friuli qualche cuoco veniva giù e si è fermato anche per parecchi anni. Infatti ci sono delle foto, non del 1903 ovviamente ma successive, comunque anche negli anni ’50 si vede che ci sono 7 o 8 dipendenti che sono più o meno il numero che abbiamo adesso con le camere che invece c’erano quella volta: cioè da 90 camere che sono le attuali alle 40 di quella volta, vediamo che il personale più o meno è quasi lo stesso, ma perché? Perché il motivo è legato innanzitutto al livello di qualità dell’albergo in quanto quella volta poteva essere paragonato ad un attuale “5 stelle” anche se non si possono fare paragoni per l’epoca. Quindi c’era un servizio migliore. E poi il costo della manodopera che naturalmente all’epoca era inferiore a quello che c’è adesso e il problema di avere personale in esubero non incideva nell’economia aziendale come incide adesso. Inoltre oggi ci sono questi nuovi macchinari che aiutano nella gestione.» (durata della registrazione 3’ e 20”) Fecero così la comparsa con i loro eccentrici costumi belle époque i primi bagnanti. Le cronache dell’epoca registrano “un concorso medio grandissimo di bagnanti: 150 nei giorni feriali, 250 in quelli festivi”. Vennero poi costruiti alcuni villini nei pressi dell’attuale Darsena, dov’era situato il punto d’approdo del vaporetto proveniente da Marano. Il trasporto pubblico dall’attracco del vaporetto alla spiaggia veniva assicurato da un tram a cavalli. Nel 1910 una festa d’agosto con “l’incendio del mare” inaugurò la tradizione ancora viva, dei fuochi d’artificio a Ferragosto. Intanto anche Latisana, oltre a Marano, si dava da fare e per favorire il movimento dei bagnanti, il 14 giugno 1911 fu attivato un regolare servizio giornaliero “Autobus – Rapid”, capace di trasportare 25 persone in 45 minuti da Latisana a Lignano. [Paolo Nicoloso_1] inizio pagina Ma questo fu solo il primo inizio dell’avventura di Lignano, perché, come ci ha spiegato l’architetto Paolo Nicoloso autore di due libri “La città inventata” e il recentissimo “Lignano, guida all’architettura”, la nostra cittadina nella sua storia non lineare ha avuto tre inizi a cui far corrispondere tre idee predominanti di città: «Il primo inizio avviene nel 1903 ed avviene da parte di un gruppo di imprenditori che fa riferimento anche ad un capitale veneziano ed è l’inizio che coincide appunto con la fondazione del primo stabilimento balneare, che poi verrà aperto nel 1904. Un inizio molto difficile: non c’è ancora un turismo balneare ed è un inizio che va a completarsi, a morire con la I Guerra Mondiale. Un secondo inizio avviene verso il 1923: questa volta il gruppo promotore è un gruppo con capitale friulano, figura di spicco è l’architetto Provino Valle. Questo gruppo promotore fonda per la seconda volta Lignano; la “Terrazza a mare” di Provino Valle del 1924 è l’edificio senz’altro più significativo di questo secondo inizio. Dietro questa seconda iniziativa c’è anche un progetto molto più ampio, più organico di sviluppo della città. Provino Valle comincia a redigere una serie di piani regolatori e uno di questi penso sia parecchio interessante perché prevede uno sviluppo economico della città di Lignano, non solo di tipo turistico ma anche legato al mondo agricolo e alla pesca. Il terzo inizio è quello che avviene verso la metà degli anni ’30. Il capitale privato non è sufficiente per far decollare la città e interviene il capitale pubblico. A Lignano c’è una serie di lavori che riguardano la darsena, che riguardano il Lungomare e che riguardano soprattutto anche la Colonia Marina che viene progettata nel ’34 e viene inaugurata nel ’39 che lanciano realmente Lignano come centro turistico.» (durata della registrazione 2’ e 37”) Il primo sviluppo venne quindi interrotto dallo scoppio della prima guerra mondiale e nel dopoguerra stentò a riprendere per la crisi economica generale. Importante infrastruttura per la ripresa fu il ponte girevole di Bevazzana (inaugurato il 7 ottobre 1922), che consentì sia il passaggio a barche e battelli lungo il canale che il collegamento della strada carrozzabile per Latisana. Durante il periodo del fascismo si riprende dunque lo sviluppo del paese. Ecco un breve elenco dell’attuazione dei “servizi necessari ad incrementare la spiaggia di Lignano come luogo di cura balneare e soggiorno”. L’acqua potabile arrivò attorno agli anni ’30 (prima di allora veniva trasportata, contenuta in fiasche, con le barche da Marano), la luce elettrica attorno al 1925, anno in cui iniziavano le opere di bonifica nell’entroterra. A seguito di tali opere venne tracciata la prima strada di collegamento tra Lignano e Latisana. Nel 1924 l’architetto Provino Valle realizzò la seconda terrazza a mare, poiché la prima era stata distrutta durante l’occupazione austriaca; seguirono poi la costruzione della strada lungomare e di un idroscalo militare, in realtà sempre utilizzato come darsena civile. Il 23 marzo 1935 Lignano, chiamato ormai Sabbiadoro, venne nominata stazione di cura e soggiorno con l’istituzione di un’Azienda autonoma di soggiorno. Siamo nel periodo in cui il podestà di Latisana, Camillo Gaspari, intuisce la necessità di dare maggior impulso a Lignano e adottò una serie di provvedimenti amministrativi per il miglioramento delle infrastrutture e dei servizi pubblici. Lo stesso podestà si dà anche molto da fare per realizzare un piano regolatore che mettesse ordine alle costruzioni edilizie ormai intensificate ed affida all’ing. Piegatolo di Udine l’incarico di redigerlo. Il progetto viene approvato anche con il regio decreto, ma non verrà mai attuato perché siamo alle porte del secondo conflitto mondiale. Anche Camillo Gaspari, come Rinaldo Olivotto, deluso lascia l’incarico di Podestà e si allontana momentaneamente dal Friuli. Nel 1938 venne inaugurata la nuova chiesa intitolata a S. Giovanni Bosco, realizzata su progetto dell’architetto Cesare Miani, prima la celebrazione della messa d’estate per i turisti, veniva effettuata in una stanza della Villa Moretti presa in affitto. Questa chiesa non esiste più perché è stata in seguito demolita per lasciare il posto a quella attuale. In quell’anno la ricettività di Lignano era di 1.500 posti letto, cui si aggiungevano le colonie per ragazzi che avevano aperto la fase del turismo sociale. La stazione ferroviaria di Latisana assunse nel 1939 la denominazione di Latisana-Lignano. In questi anni molte famiglie si trasferirono a Lignano, ormai bonificata, per acquistare terreni o per lavorare come mezzadri, oppure per intraprendere attività legate al turismo. Sentiamo che cosa ci ha raccontato la signora Pia Andretta. «La famiglia di mio marito è venuta a Lignano nel ’37. Mio suocero ha comperato dei terreni a Lignano ed erano terreni agricoli. Molta sabbia, c’erano le pinete molto basse. Allora c’erano 4 mezzadrie, case coloniche con delle famiglie numerose che lavoravano quei campi che avevano intorno alla casa. I nipoti e i pronipoti di queste famiglie vivono ancora a Lignano e sono i Zanatta, i Fanotto, i Bidin, i Moro, i Valeri e i Battistella. Quando mio suocero è morto, queste proprietà sono state divise: quattro mezzadrie verso la punta di Lignano sono diventate di proprietà della sorella di mio marito, le altre due, verso ovest, erano di mio marito. Io, pur essendo a Lignano, non ho cominciato ad occuparmi di turismo, ma di agricoltura. Al principio mi sono trovata un po’ imbarazzata perché, essendo cittadina, conoscevo molto poco della vita dei campi e mi sono iscritta ad un corso di agricoltura per corrispondenza. Questo mi ha permesso di conoscere alcuni termini che sentivo e che non capivo. Poi mi sono interessata per seguire il lavoro effettivo dei contadini, soprattutto quando c’era la trebbiatura: allora bisognava alzarsi alle quattro del mattino, si faceva colazione con loro e qualche volta a metà mattina si beveva anche la grappa; il frumento veniva trebbiato, si calcolavano e si pesavano i sacchi che erano circa di 80 Kg e si lavorava per tutta la giornata fintanto che non si portavano nel magazzino. Così per alcuni anni mi sono occupata di questo lavoro per tutte e sei le mezzadrie; dico 6 perché prima erano 4 e poi 2 case coloniche, quella di Valeri e quella di Bidin, sono state costruite da mio suocero: erano nuove e non erano quelle che lui aveva trovato quando aveva comperato. Una delle fonti di guadagno che c’erano a Lignano e di cui forse poco ci si ricorda, erano i bachi da seta: in giugno i contadini andavano a comperare le piccole larve e le portavano in soffitta, davano loro da mangiare le foglie di gelso triturate fin che erano piccoli. Bisognava dar da mangiare spesso perché erano voracissimi, facevano una confusione del diavolo e puzzavano tremendamente. Era un lavoro estenuante, ma corto e ben retribuito che era destinato di solito alle donne della famiglia, le quali poi con quei soldi facevano la dote alle figlie: questo succedeva praticamente fino a 60 anni fa. La terra dava frumento, granoturco, barbabietole, colza, radicchione, dovevamo lottare con la grande calura, perché adesso di parla del gran caldo, ma io ricordo che avevamo dei periodi di calura enormi, mancava l’acqua e bisognava con dei mezzi primitivi bagnare questi campi. Bisogna immaginarsi una Lignano di allora senza Lignano Pineta: Lignano Pineta non esisteva, c’erano soltanto alberi e qualche strada che veniva percorsa dai cacciatori, era un paradiso per i cacciatori.» (durata della registrazione 5’)
Oltre alla signora Andretta, abbiamo ascoltato le testimonianze di altre persone giunte a Lignano proprio durante gli anni ’30: vediamo cosa ci hanno raccontato i signori Luigi De Minicis, Rino Moro, e Argelio Scarpa.
Siamo arrivati alla Seconda Guerra Mondiale, che ha interessato anche Lignano con lo sbarco degli alleati. Il signor Rino Moro che ci ha raccontato alcuni episodi.
[Argelio Scarpa] inizio pagina Negli anni seguenti a Lignano sono rimasti per lungo tempo dei militari inglesi che si sono in parte integrati con la popolazione stabile. Vediamo a questo proposito quanto ci ha raccontato il signor Luigi De Minicis.
Facciamo a questo punto una breve pausa rispetto il racconto della storia e vi proponiamo una considerazione fatta dal signor Doriano Moro che in classe ci ha parlato dell’attività del Circolo Fotografico di Lignano: «Se oggi Lignano ha una storia scritta, è dovuta essenzialmente al lavoro che ha fatto il Fotocineclub e alla ricerca che ha fatto il nostro circolo fotografico. Io, personalmente, contrariamente a quello che si fa di solito, non mi sono soffermato all’acquisire le immagini, ho voluto vedere per esempio nelle cartoline quello che c’era scritto dietro. Perché quello che c’è scritto dietro è molto più valido e molto più importante dell’immagine stessa. Leggiamo per esempio questa fotografia che risale al 1914: c’è scritta la data sopra perché oggi noi diciamo “ciao, mandi e via”, invece una volta scrivevano tutto, un poema. Questa è dell’11 giugno 1914, l’indirizzo “Illustrissima famiglia contessine Del Mestre Medea Friuli austriaco”: ecco che qui si vede un aspetto diverso del Friuli, noi eravamo sotto il dominio austriaco e difatti questa Terrazza a mare, non sono ancora riuscito a sapere perché, è stata distrutta poi dall’esercito austriaco nel 1918, probabilmente perché loro avevano il quartier generale nel periodo bellico proprio di fronte, nell’albergo Marin; magari gli dava fastidio la vista del mare, per eventuali sbarchi del nemico ecc., quindi l’hanno distrutta. Non penso l’abbiano distrutta per desiderio di far piazza pulita delle cose d’altri. Ecco che quindi, vedere quello che scrivevano un tempo nelle cartoline, ti fa entrare in una dimensione nuova e anche ti fa capire qual era il rispetto del popolino verso le autorità, verso le persone, se davano del voi o del lei. Se io dovessi leggere che cosa hanno scritto qui, per esempio: come dicevo era indirizzata alle contessine Del Mestre, questa era la loro babysitter, la loro cameriera e non faceva altro che ringraziare per la bontà loro di averla portata al mare. Loro l’avevano portata al mare per lavorare, però lei era “ricca” perché era in ferie, capite? Poi che cosa scrivevano? Scrivevano del micidiale pesce ragno che era in agguato nelle acque profonde, queste cose qua.» (durata della registrazione 3’) Ritorniamo alla storia di Lignano. A partire dagli anni ’50 il turismo diventò un fenomeno di massa in crescita costante, in conseguenza alla ripresa economica nazionale nota come il “miracolo economico italiano”. Nel 1953, anno in cui Lignano diventò più importante della rinomata Grado per il numero di presenze, per iniziativa di Alberto Kekler fu costruita la Società Anonima Lignano-Pineta, che acquistò una vasta zona vergine a ovest della grande colonia marina, destinandola poi all’originale insediamento urbanistico dalla pianta a spirale ideata dall’architetto Marcello D’Olivo. Sulla figura di questo importante architetto, che ha interpretato il rapporto tra l’uomo e l’ambiente proponendo simbiosi innovative, sentiamo quanto ci ha detto lo studioso Paolo Nicoloso: «Senz’altro la figura di Marcello D’Olivo è una figura non usuale né nel panorama regionale né in quello italiano. E’ una figura estremamente particolare, un “irregolare”, uno che si pone dei problemi molto più ampi rispetto a quelli che di consueto si pongono gli architetti. D’Olivo si interroga sul significato stesso del fare architettura e l’architettura non è solo limitata alla singola abitazione, ma coinvolge l’intero ambiente del territorio in cui si situa. Credo che il piano per Lignano Pineta, questo piano “a spirale” sia significativo di questa visione dell’architetto, quest’architetto che sceglie una forma completamente inusuale per l’urbanistica, che fa un piano probabilmente concepito a dimensione di automobile, un piano che ha una forma a spirale quindi di per sé labirintica. Tutti questi aspetti ci fanno capire che abbiamo di fronte una figura diversa, anomala: una figura molto ricca e nello stesso tempo anacronistica, nel senso che molte delle sue idee, delle sue proposte rimarranno sulla carta.» (durata della registrazione 1’ e 30”) Quest’artista disegnò nel “vivo della pineta” la sua straordinaria spirale, una magica e fragile sintesi fra costruzioni ed ambiente naturale, che incantò anche Hemingway. Nacque così la zona di Lignano chiamata “Pineta”, che lo scrittore americano definì “Florida d’Italia” e subito dopo “Riviera”, ultima nata, su geniale disegno del famoso architetto Luigi Piccinato. Sentiamo il racconto dell’ex sindaco Steno Meroi che durante la sua Amministrazione negli anni ’80 ha ripreso e valorizzato il legame tra lo scrittore statunitense premio Nobel per la letteratura e la nostra Lignano, anche intitolandogli uno dei suoi parchi. «Il nome Hemingway nacque da un riferimento storico. Quando venni a Lignano negli anni ’60 (1964), mi colpì molto che sulla carta intestata del Comune di Lignano c’era scritto “Lignano Sabbiadoro la Florida d’Italia”, firmato Ernst Hemingway. Dovete tener presente che negli anni ’60 eravamo agli inizi: nel ’59 raggiunse l’indipendenza da Latisana, negli anni ’60 si trattava di dimostrare chi era Lignano e questa intestazione mi colpì molto. Poi scomparve. Hemingway era venuto a Lignano nel 1954, in sostanza vi rimase quasi mezz’ora, però questa sua venuta ebbe un effetto d’immagine importantissima. Venne a Lignano come ospite dei conti Kekler di Fraforeano, il conte Kekler era presidente della Società Lignano Pineta, la Società che stava costruendo Lignano Pineta e come punto di riferimento, come punto di richiamo portò Hemingway che nel 1954 aveva appena vinto il premio Nobel per la Letteratura ed era un elemento trainante della cultura e dell’immagine mondiale. Erano amici e lui lo portò a Lignano, lo portò a Pineta di fronte al bar Tenda e gli disse “Questo terreno diventa tuo se tu ti fai la casa”, per cui era un elemento di pubblicità importantissimo per quegli anni, basta ricordare che questa proposta era stata fatta ad Alberto Sordi, che si costruì una casa che poi vendette alcuni anni fa. Bene, Hemingway non si fece la casa e il terreno non gli fu dato perché una delle condizioni era di costruirsi la casa, perché avere una casa di Hemingway negli anni ’50-’60 era un elemento di prestigio. Il nome di Hemingway poi da Lignano scomparve e lo recuperammo noi nel 1980 perché ritenevamo che fosse giusto ricordare questo primo lancio immaginario dal punto di vista pubblicitario e che questo battesimo “la Florida d’Italia” meritasse un riconoscimento da parte della comunità lignanese. Da allora dedicammo quel parco ad Ernst Hemingway. Allora ci fu uno scambio di corrispondenza, di rapporti e tutto questo attraverso anche l’Ambasciata americana di Trieste, per cui si stabilì un gemellaggio con la città di Ketchum (?) nell’Illinois, che è il posto dove loro vivevano, giunse anche il sindaco con il capello da cow-boy, giunse il figlio di Hemingway che divenne cittadino onorario di Lignano e poi ci furono le famose nipoti (Margot), che furono l’elemento più eclatante. E si stabilì questo rapporto, questo gemellaggio e forse siamo l’unico paese del Friuli-V.G. che è gemellato con una cittadina americana. Ci furono una serie di manifestazioni culturali, il cinema all’aperto, mostre, mostre fotografiche e da New York reperimmo molto materiale fotografico sulla storia di Heminway, che adesso è depositato presso la Biblioteca Comunale. Questa serie di manifestazioni fu molto pubblicizzata e andammo a finire anche sull’ Herard Tribune (?) che ci dedicò un articolo. Poi ci fu un riconoscimento di gratitudine verso gli Hemingway, un messaggio importante e poi anche il patrimonio è rimasto per i lignanesi, per gli ospiti e soprattutto per quelli che capiscono queste cose e ci tengono più di altri aspetti più frivoli e più appariscenti. Ecco questa è la storia di Hemingway.» (durata della registrazione 5’) Siamo dunque alla fine degli anni ’50 mentre sta maturando anche il processo di divisione tra Latisana e Lignano che era ancora una sua frazione: due comunità con vicende ed interessi ormai divergenti, perché il Comune di Latisana si dimostrava scarsamente partecipe rispetto i problemi turistici della penisola lagunare e non disponeva di forze e capitali adeguati per affrontarli. Lignano vantava ormai 150.000 presenze e la tensione polemica tra le due parti era stata portata all’esasperazione culminando il 5 novembre 1958 nel clamoroso taglio, attuato dai dimostranti lignanesi, nei due ponti girevoli di Bevazzana.
Tra i nostri ospiti in classe ben tre persone, i signori De Minicis, Moro e Scarpa, erano presenti a quella manifestazione, decisa la sera prima nel locale gestito dal sig. Scarpa. Vediamo come ci hanno raccontato questo infuocato episodio.
[Roberto Forster] inizio pagina Abbiamo detto che Lignano era ormai diventata molto frequentata dai turisti. Il sig. Forster, che per molti anni ha lavorato nell’Azienda di Soggiorno, ci ha raccontato dello sviluppo del turismo e in particolare della vita mondana che si faceva a Lignano tra gli anni 50 e ’60 quando era molto noto il “Fungo” un locale progettato da Marcelo D’Olivo e che oggi non esiste più.
A metà degli anni ’70, diversi anni prima che noi nascessimo, anche Lignano ha vissuto la triste esperienza friulana del terribile terremoto che ha devastato gran parte della provincia di Udine e Pordenone. E’ stato un momento in cui la nostra comunità ha dato un gran esempio di solidarietà, come ci ha spiegato la signora Elisabetta Zuccato che in quel periodo lavorava presso l’Ente Comunale d’Assistenza e ha coordinato l’ospitalità alle popolazioni terremotate. «Nessuno di voi era nato nel 1976, ma penso che abbiate sentito parlare del terremoto. Anche noi lo abbiamo sentito qui a Lignano, eravamo anche abbastanza spaventati perché non riuscivamo a metterci in contatto con i parenti, con gli amici. Non sapevamo cos’era successo. Ma l’avventura di Lignano con il terremoto è incominciata il 7 maggio. Il 7 maggio di mattina sono incominciati ad arrivare i primi sfollati. Le prime persone che sono arrivate sono state due donne che provenivano da Gemona. Erano ferite, insanguinate non avevano niente con loro e chiedevano aiuto; non avevano soldi, non avevano documenti, non avevano niente. E nel giro di poche ore è arrivata una massa di sfollati: erano sporchi, qualcuno era ferito, avevano tutti paura, erano senza documenti, senza soldi. Era una tragedia e noi eravamo lì e non sapevamo cosa fare, ci sentivamo inadeguati ad affrontare la situazione, non sapevamo cosa fare per aiutarli. Abbiamo avuto un momento di incertezza e poi abbiamo incominciato a darci da fare. In quel momento è venuto fuori Lignano, il cuore di Lignano. Lignano che era abituata solo a ricevere ospiti che portano soldi, a lavorare per il denaro, in quel momento si è trasformata: si sono aperti gli alberghi, si sono organizzate delle mense e si è dato conforto e solidarietà a questa gente che veniva. Sono stati dei momenti difficili, ma dei momenti che io ricordo con piacere perché si è capito che Lignano non era soltanto il lavoro e il profitto. Noi Lignanesi ci siamo ritrovati. Io non conoscevo Ivana, l’ho conosciuta a causa del terremoto (o per merito del terremoto in questo caso), perché vivevamo ognuno nel nostro piccolo angolino e lì abbiamo invece incominciato a conoscerci fra di noi e penso anche che abbiamo incominciato lì a raccogliere la nostra comunità. Abbiamo incominciato a conoscerci e a interrogarci su quello che eravamo». (durata della registrazione 2’ e17”) La signora Zuccato ha evidenziato il fatto che in quella terribile occasione la comunità di Lignano, attraverso la forte identità che gli altri friulani dimostravano, ha avuto l’occasione di conoscersi. Non è per caso, probabilmente, che pochi anni dopo, nel 1981 un gruppo di lavoro, anche fatto da persone che hanno dato una mano per il terremoto, si è messo insieme per incominciare a mettere insieme la storia di Lignano: le prime fotografie, le prime cartoline, la prima mostra fotografica su Lignano. Come ci ha raccontato Ivana Battaglia, «erano passati quattro anni, il tempo anche di raccogliere queste immagini, ma forse la prima sollecitazione, la prima spinta ce l’hanno data proprio questi amici terremotati che venivano da altre realtà: da Artegna, da Gemona, da Osoppo, da Montenars e che avevano perso tutto però non avevano perso la loro identità, il loro sentimento d’appartenenza. E ci hanno aiutato, anche noi a Lignano, ad elaborare la nostra identità e la nostra appartenenza.» E speriamo che anche noi, oggi, con questa piccola manifestazione in occasione del centenario, siamo riusciti a dare un contributo in questo senso. Per una sintesi degli anni ’80 vi proponiamo una parte dell’intervista al sindaco di allora Steno Meroi: «Inquadriamo l’Amministrazione che è stata affidata al sottoscritto: parte dal 1980 e dura fino al 1990. Diciamo che costituisce uno spartiacque rispetto a quelle che erano le esperienze del passato: ricordiamo che storicamente gli anni ’60 sono gli anni dell’indipendenza, del primo sviluppo dei pionieri lignanesi, mentre per quanto riguarda l’urbanistica, gli anni settanta costituiscono gli anni di uno sviluppo abbastanza consistente, spesso sfrenato e, dal punto di vista quantitativo, molto opprimente per quanto riguarda il territorio. Diciamo che passiamo dagli anni di un boom che spesso è sfuggito ai controlli dell’Amministrazione e con il 1980, gli anni della nostra Amministrazione, invece c’è un cambio di rotta. Cambio di rotta nel quale la sostanza è che il Comune di Lignano, come qualsiasi Comune, deve avere il controllo del proprio territorio: attraverso leggi adeguate, attraverso leggi di tutela del verde e avere un progetto in prospettiva. Nel 1980 l’Amministrazione è caratterizzata da questa svolta importantissima che è avvenuta proprio nell’urbanistica. Che cosa significa tutto questo? Significa introdurre delle normative, attraverso il Piano Regolatore, che consentono prima di tutto la riduzione degli indici di edificabilità, per cui l’abbattimento di quello che era previsto nella costruzione. Nel 1980 sono stati, passatemi il termine, “tagliati” qualcosa come 1 milione di metri cubi e un milione di metri cubi significa un altro paese intero. Gli anni ’80, quelli della sua Amministrazione sono dunque stati particolarmente importanti per Lignano. Ci racconta quali sono stati gli elementi principali, per esempio nell’ambito turistico e in quello urbanistico? Se noi partiamo con questa premessa, per cui il Comune ritorna e gestore dell’urbanistica del proprio territorio, attraverso l’introduzione di queste normative, che cosa si è verificato? Che il Comune non solo apportò un taglio nelle previsioni urbanistiche, ma introdusse degli elementi e dei correttivi per consentire un arricchimento futuro del patrimonio comunale, come ad esempio il verde. Voi potete immaginare che per avere uno spazio verde, bisogna espropriarlo, per espropriarlo non si paga più a prezzo agricolo, ma si paga a prezzo di mercato, per cui nessuna amministrazione di questo paese può permettersi il lusso di spendere miliardi per acquisire verde. Noi introducemmo allora, con l’accordo dell’Amministrazione regionale e il Piano urbanistico Regionale, un dispositivo per cui nelle zone turistiche già ridotte di cubatura, qualsiasi intervento doveva dare all’Amministrazione comunale un terzo del territorio. In sostanza, partiamo dall’esempio più attuale, quello di Riviera Nord, di cui forse avrete sentito parlare. In quella zona c’è un milione di metri quadrati, c’è una zona intera. Se quella zona sarà edificata come il Comune vorrà e come deciderà, un terzo di quel territorio dovrà essere destinato a Parco pubblico e ceduto gratuitamente all’Amministrazione Comunale. Che cosa significa questo? Che il Comune si costruisce già un serbatoio di verde per il futuro e se saprà gestirlo, quella sarà la ricchezza per il futuro. In quel periodo abbiamo un esempio piccolo, ma abbastanza eclatante che è quello del “Parco Hemingway”: il Parco Hemingway è un intervento dell’Amministrazione comunale che ha corretto errori passati: questa correzione ha permesso la concessione gratuita al comune di un parco che è diventato patrimonio di tutti. Il cambio di mentalità dagli anni ’60 e ’70 agli anni ’80 è stato proprio quello di consentire al Comune di gestire con forza e lungimiranza il proprio territorio. Oggi abbiamo che quest'impostazione è molto attuale.» (durata della registrazione 4’ e 23”) Siamo dunque arrivati agli anni ’80, alla fine del nostro viaggio attraverso la storia di Lignano, perché gli ultimi anni sono troppo vicini a noi per poterli studiare come abbiamo fatto per il passato.
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Ultimo aggiornamento: 28-giu-2004 |